“Sono tornata”: un’affermazione che implica l’aver fatto un viaggio con uno spostamento fisico e geografico, mezzo è il cavallo, considerato che siamo nel 1433.

Un viaggio-fuga e un cambiamento totale e repentino di vita che porta Elisabetta a un lavoro introspettivo profondo, alla ricerca di un nuovo sé atto a fronteggiare gli eventi che l’hanno travolta e che la fanno passare velocemente dallo stato di sposa felice – il suo fu un matrimonio d’amore – a quello di virago-stratega.

Elisabetta si ascolta, si guarda, si scopre nelle pieghe più profonde di sé, si abbandona a quello che Freud chiama il perturbante ossia ai tumulti che sempre scaturiscono dal disvelamento del rimosso, in ciò che è avvertito come familiare ed estraneo: le ferite, i traumi, i segreti inaccettabili, le perdite, i sentieri più bui della propria interiorità vissuti un tempo e poi dimenticati.

Durante questo percorso interiore, Elisabetta è avvolta da momenti di fragilità estrema, ma raggiunge la comprensione nel senso etimologico del termine CUM-PREHENDERE che significa prendere insieme, contenere in sé. Si appropria dei nuovi luoghi interiori rimasti a lungo inaccessibili alla coscienza e li condivide con frate Angelo, il padre spirituale di Visso che l’aiuterà in questo difficile cammino.

La rinnovata comprensione diventa, dunque, cambiamento, cambiamento di prospettiva attivo perché ELISABETTA AGISCE riuscendo a finalizzare la sua ricerca: il suo è un agire intelligente, che si compie attraverso il suo andare e ritornare negli spazi interiori, questa onda che si mescola sia con il dispiegarsi dei sentimenti sia nella loro decostruzione. Ma lei sa anche CONCILIARE i momenti diversi della sua vita e in questa conciliazione, o meglio accettazione, trova una fiducia in se stessa, nell’avvenire e nella costruzione della nuova vita al di là del paesaggio di confine.

Tale CAMBIAMENTO è tanto più importante se per un attimo pensiamo che la donna, per secoli, e quasi niente è finito, ha vissuto un limite postole da altri: quello di non rappresentare l’essenza della propria esistenza salvo poche eccezioni, finite male, lungo l’arco dei secoli partendo da Ippazia e Olympe De Gouges. Per non parlare dei casi limite cioè delle scelte un po’ più tenebrose di famiglie che hanno ridotto le esistenze femminili a castrazioni. Mi riferisco alle molte donne monacate contro la loro volontà: alcune si sono lasciate morire, altre hanno accettato la loro nuova condizione vivendola come momento di riscatto della propria dignità.

Elisabetta riesce a conquistare un suo assetto preciso nella realtà del quotidiano parallelamente alla ricerca di un senso: quello che scorre sotterraneo e quello ricco di accadimenti quotidiani che intreccia silenzioso le coincidenze dei nostri incontri, delle nostre esperienze di ogni giorno solo in apparenza casuali, solo superficialmente prive di coerenza, quelle che Jung chiama sincronie.

L’antropologo Clifford Geertz spiega bene questo concetto dicendo che il tempo della significatività non scorre come un immenso fiume che raccoglie tutti i suoi affluenti e si dirige verso una qualche destinazione finale, ma dobbiamo immaginarlo come tanti corsi d’acqua che nella loro corsa serpentina vengono talvolta a incrociarsi.

Infatti, un processo di profonda trasformazione non può realizzarsi del tutto in isolamento, in una posizione esclusivamente introspettiva.

Le strade percorse da Elisabetta sono tutt’altro che solitarie, non si tratta più di un tragitto sospeso, ma di esperienza intensa ed Elisabetta nello stesso tempo crea, trova perché si riconosce nell’altro, altro con la A maiuscola, altro da sé: la sintonia, l’affinità, lo scambio osmotico nella relazione umana sosterrà Elisabetta e nutrirà il suo cambiamento.

Questo cerchio di vita di Elisabetta che apparentemente si chiude in una storia famigliare si apre invece in una fonte di alterità: il suo viaggio di vita si allarga nel  contatto con altre figure femminili, già nominate in un altro articolo, che sono pregnanti e insite nel suo viaggio, anzi ne rappresentano l’elemento trainante e insieme a loro va alla riconquista dei propri spazi e dei propri luoghi, che sono appartenuti ovviamente a una tradizione famigliare.

Seguendo il suo percorso esistenziale, in qualche modo ci costringe a fare i conti anche con noi stessi: Elisabetta ci conduce per mano a una ricostruzione avvincente e penso che le stagioni di Elisabetta siano stagioni che noi possiamo percorrere con lei in uno scambio da soggetto a soggetto, in una strana combinazione di archetipi che aiutano nella costruzione continua della personalità attraverso le proprie esperienze e verso un’armonia.

E allora bisogna dire che le donne hanno con loro una volontà, un desiderio, una necessità che è una realtà data, un prima e un dopo, un prodotto quasi metaforico nel fluire della consapevolezza inafferrabile e mai compiuta e fedele solo a chi sa fiduciosamente aspettarla e ricettivamente attenderla.