Mentre in Europa si affermavano gli stati nazionali della Gallia, Spagna e Inghilterra, in Italia gli stati più forti tentavano di conquistare quelli più deboli con una serie di conflitti che interessarono tutta la penisola.

Per quanto riguarda il Regno di Napoli, nel 1442 gli Aragonesi si impadronirono del napoletano unendolo alla Sicilia.

I contendenti più attivi furono il duca di Milano Filippo Maria Visconti tramite il suo condottiero Francesco Sforza e le Repubbliche di Venezia e di Firenze.

In un valzer di alleanze che venivano fatte e disfatte ci furono scontri fino alla pace di Lodi nel 1454: Venezia e Milano fissarono i confini tra i rispettivi territori rinunciando a ulteriori tentativi di espansione sul fiume Adda.

Lo Stato Pontificio, dopo la crisi del grande scisma, cercò di riorganizzare i propri territori dati in vicariato ai signori, che, approfittando della debolezza della Chiesa, ne avevano assunto i poteri e tutto legalmente perché i vari papi avevano riconosciuto i loro incarichi.

Nel 1431 papa Martino V nominò Giovanni Vitelleschi protonotario apostolico e vescovo di Macerata e Recanati. Il Vitelleschi abolì il diritto romano in vigore e, assoldato dal successivo papa Eugenio IV per comandare le truppe papali, condusse le operazioni militari con atti di ferocia e crudeltà.

Il Machiavelli lo cita nelle Istorie fiorentine (LibroV – Capitolo XXVII):

“Giovanni Vitelleschi (…) diventato in ultimo cardinale fu (…) animoso e astuto e per ciò seppe tanto operare che dal Papa fu grandemente amato e da lui preposto alli eserciti della Chiesa e di tutte le imprese che il Papa in Toscana, in Romagna, nel Regno e a Roma fece, ne fu capitano onde che prese tanta autorità nelle genti e nel Papa che questo temeva a comandargli e le genti a lui solo, e non ad altri, ubbidivano”.

Gabriele D’Annunzio lo definisce “Quel prete di Corneto, capo di bande, despota irresistibile e “terzo padre” di Roma, anima nera da cui stare lontani”.

Non ne stettero lontani, invece, Gentilpandolfo e Berardo da Varano, che governavano la Signoria di Camerino con i fratelli più giovani Giovanni e Piergentile avendo dato vita a un potere spesso più basato sulla coesione famigliare che non sulla tradizione di primogenitura.

Per diventare gli unici signori di Camerino, Gentilpandolfo e Berardo da Varano, nell’agosto 1433, ordirono un complotto con Giovanni Vitelleschi ai danni di Giovanni e Piergentile da Varano.

E da questo momento inziò la nuova storia di vita di Elisabetta Malatesta Varano che fu costretta a una prima fuga da Camerino.

Intanto le mira del duca di Milano si stavano volgendo al centro-Italia e, nel 1434, il suo condottiero Francesco Sforza, con migliaia di cavalli e di fanti, entrò in Romagna chiedendo il permesso di passaggio per recarsi al sud. Si accampò nelle vicinanze di Rimini, ma il suo vero obiettivo era quello di entrare nella Marca e di conquistarla per avere poi libero accesso all’Umbria dalla strada sottostante al sinclinale di Camerino.

Francesco Sforza avrà la sua parte nella Rivoluzione Borghese di Camerino del 1434 che ebbe la meglio sulle milizie varanesche e decretò la morte di tutti i maschi di Casa Varano.

Elisabetta Malatesta Varano fu costretta ad una seconda fuga da Camerino.