Battista nasce nel 1384 a Urbino da Antonio II conte di Montefeltro e da Agnesina di Giovanni dei Prefetti di Vico.

Il padre nutre un vivo interesse per la letteratura volgare e crea nella sua corte un salotto culturale che sarà ampliato a suo tempo da Federico da Montefeltro. Incoraggia l’educazione di Battista e degli altri suoi figli a tal punto che, al tempo del proprio matrimonio, Battista è già molto conosciuta come una eccezionale donna colta, dotata di un eloquio singolare che la fa eccedere su tutte le donne del tempo superando anche molti letterati. Compone poesie in volgare, orazioni e discorsi in latino. È noto il suo Epistolario (1427-1445) una raccolta di lettere indirizzate ai famigliari: alla madre, alla sorella Anna, alle cognate Rengarda Malatesta (moglie di suo fratello Guidantonio) e Paola Malatesta Gonzaga. Lettere da cui si evince non solo la cultura classica di Battista, ma anche una notevole curiosità e un forte misticismo.

Il 14 giugno 1405 sposa Galeazzo Malatesta, di un anno più piccolo di lei, figlio del signore di Pesaro Malatesta di Pandolfo, alias Malatesta de’ Sonetti, che, grazie a questo matrimonio e alla conseguente alleanza politico-militare con i Montefeltro, spera di porre un freno ai Malatesta di Rimini e Fano, il cui unico obiettivo è diventato quello di impossessarsi di Pesaro.

Superiore al marito, definito dagli storici “inetto”, sia per cultura che per personalità, è una donna abile a giudicare, a capire anche con lungimiranza, e sfrutta queste sue caratteristiche a favore del governo della Signoria, sempre con prudenza.

Battista trova a Pesaro un ambiente culturale che le si addice e che l’appaga: instaura un rapporto profondo basato sulla stima reciproca e sul comune amore per la letteratura con il suocero, uomo colto e poeta. Tanti sono i loro momenti in cui si si dilettano a scambiarsi sonetti e a declamarli. E molto importante è che proprio a Pesaro Battista ha modo di conoscere la nuova cultura che viene da Firenze, e non può essere altrimenti dal momento che il suocero e Coluccio Salutati, promotore della rinascente cultura umanistica, sono in stretto contatto epistolare. Con lei, nella corte di Pesaro, si inaugura la colta presenza femminile intensificata, poi, dagli Sforza.

Compone un trattato sulla fragilità umana, il “Della fragilità della vita umana” e uno sulla religione, il “Della vera religione”, entrambi andati perduti.

Le sue opere sono lodate dai contemporanei, come dai più grandi umanisti e biografi del 1400 quali Guinforte Barzizza, Jacopo Filippo Bergomensis e Vespasiano da Bisticci che nel “De claris mulieribus” ne celebra le lodi.

Leonardo Bruni le dedica, con sentita ammirazione, una propria opera scritta nel 1424 “De studiis et Litteris” – quasi uno studio di genere dell’epoca – in cui si ritrova anche il pensiero di Battista su un programma di educazione umanistica per le donne, con l’importanza che conoscano il latino, sappiano scrivere bene aggiungendo a tutto ciò lo studio della religione, della morale, della storia e della poesia.

Nel 1407 Battista dà alla luce una bimba, che chiama Elisabetta in onore di sua suocera Elisabetta da Varano. Elisabetta Malatesta Varano ha quindi il sangue dei Varano e il nome della nonna Varano: è già come se la sua vita sia programmata.

Battista ama moltissimo la figlia e dedica gran parte della sua vita all’educazione di Elisabetta coadiuvando il maestro scelto per lei, l’aretino Leonardo Bruni, improntato agli ideali di Coluccio Salutati.

Tra le sue lettere autografe in latino si distingue quella che indirizza nel 1425 a papa Martino V in cui implora l’intervento autorevole del pontefice a favore della cognata Cleofe minacciata dal marito, despota ortodosso della Morea, di essere ripudiata in caso di mancata abiura della fede cattolica.

In seguito alla morte del suocero (1429) e di papa Martino V a cui succede Eugenio IV, non favorevole alla casata malatestiana come il suo predecessore, i Malatesta sono cacciati da Pesaro da una rivolta popolare sostenuta anche dal legato papale Giovanni Vitelleschi. Galeazzo si rinchiude nel castello di Gradara mentre Battista si rifugia a Urbino. Qui, nel 1433, incontra l’imperatore Sigismondo a cui rivolge, in latino, una appassionata orazione: gli chiede aiuto per poter ritornare con il marito e i cognati a Pesaro, ma perora anche la causa della figlia Elisabetta, profuga a Visso con i figli mentre il marito Piergentile da Varano, accusato ingiustamente, è tenuto  prigioniero ai ceppi nelle carceri vescovili di Recanati, sede del legato papale Vitelleschi.

Ritornata a Pesaro nel 1433, l’anno successivo accoglie la figlia Elisabetta e i nipoti costretti a fuggire da Camerino in seguito alla Rivoluzione borghese scoppiata nella città. I suoi cari si fermano a Pesaro fino al 1443, anno in cui Elisabetta ritorna a Camerino come reggente della Signoria a nome del figlio Rodolfo e del nipote Giulio Cesare. In questi nove anni, Battista crea un profondo rapporto di amore e culturale con la nipote Costanza di cui segue l’educazione dandole per maestro di grammatica Antonio De Strullis da Coldazzo. Questi ha una preparazione modesta se Battista avoca a sé l’istruzione di Costanza, comunque coadiuvata, dal 1437 al 1440, da Pietro da Tolentino a cui succede, forse, Matteo da Sassoferrato.

I fondamenti dell’amplia istruzione impartita a Costanza sono le opere morali di Seneca e quelle di San Girolamo, specialmente le epistole. I due scrittori preferiti di Battista occupano gli anni dell’adolescenza di Costanza che studia anche la letteratura romana con le Epistole e Le orazioni di Cicerone, le Storie di Livio e di Sallustio, le Istituzioni oratorie di Quintiliano e le opere di Virgilio. Viene avviata allo studio della lingua greca, della logica e dell’astrologia ed è informata di quanto si produce nei centri dell’umanesimo contemporaneo.

Battista è anche molto religiosa. Segue le terziarie francescane che la suocera aveva raccolto in una casa a Pesaro, chiede a papa Eugenio IV l’autorizzazione per convertire la casa in un monastero, il “Corpo di Cristo”, di cui la figlia Elisabetta è patrona e amministratrice.

In seguito alla morte di Carlo Malatesta e del cognato Pandolfo, Battista si trova sola al governo della Signoria di Pesaro cercando di far fronte alle negligenze del marito. Spera nell’aiuto di Francesco Sforza che con la moglie Bianca Maria Visconti sono suoi ospiti al castello di Gradara e a Pesaro, ma inutilmente. In suo aiuto, per sventare l’attacco armato da parte di Sigismondo Pandolfo Malatesta di Rimini, accorre solo il nipote Federico da Montefeltro.

A questo punto arriva la decisione estrema del marito Galeazzo che asseconda un piano messo in atto dallo stesso Federico da Montefeltro e, insensibile alle suppliche di Battista, il 18 gennaio 1445 lascia, o meglio vende, la Signoria su Fossombrone a Federico da Montefeltro e quella su Pesaro a Francesco Sforza, che la compra per il fratello Alessandro Sforza. Del contratto stipulato fa parte l’accordo di un matrimonio, quello tra Alessandro Sforza e Costanza Varano, che diventa così signora di Pesaro.

Il passaggio formale avviene il 16 marzo dello stesso anno e Battista rimane ad accogliere il nuovo signore donandogli tutti i suoi libri. Suo marito Galeazzo si trasferisce con il figlio naturale Maltosello a Montemarciano per poi andare a Firenze alla corte dei Medici dove, nel 1449, si sposa con la giovane Maria Maddalena de’ Medici.

Battista si reca a Urbino, alla sua casa natale, e fa domanda a papa Eugenio IV per diventare clarissa nonostante il marito sia ancora vivo. In attesa della risposta entra nel convento di Santa Lucia a Foligno come conversa. Inizia un nuovo periodo della sua vita in cui abbandona gli studi laici per quelli spirituali improntati ai modi popolareschi della poesia devota dei laudesi. Una sua stupenda laude è “O Mediator verace”. Nomina la figlia Elisabetta esecutrice testamentaria, dona i suoi libri al cenobio di Foligno, un volume di epistole di San Girolamo ai frati di San Francesco di Pesaro, un libretto di sermoni di Jacopo da Varazze al convento di San Domenico di Foligno e prende i voti il 2 giugno 1447, a 63 anni. Vivendo la spiritualità di San Girolamo e in omaggio a lui, sceglie il nome di suor Geronima. In convento si dedica anche a seguire le puellae licterate che lavorano nello scriptorium come copiste, spesso individua tra loro le converse che possono dare vita a una produzione letteraria e le incita a esprimere il proprio talento. Suor Geronima vive nella serenità dello spirito fino al 3 luglio 1448.